Hanno preso ufficialmente il via in italia i test sulle zanzare geneticamente modificate che, in caso di successo, potrebbero nei prossimi anni diventare la principale arma contro la malaria e altre malattie trasmesse anche da altri insetti.

Andrea Crisanti, coordinatore dello studio e docente di Parassitologia molecolare all’Imperial College di Londra, ha già avuto modo di sperimentare che, alterando uno specifico gene delle zanzare della specie Anopheles gambiaequeste perdono la capacità di riprodursi. Il gene viene trasmesso alle nuove femmine dai maschi portatori sani, innescando di generazione in generazione una reazione a catena che ha determinato il collasso del campione nell’arco di 7-11 generazioni, risultato che ha creato i presupposti per nuovi test su larga scala.

Ecco allora che decine di migliaia di uova di zanzare ogm prodotte in Gran Bretagna hanno raggiunto il Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia di Terni, una struttura con tre livelli di sicurezza dove saranno riprodotte le condizioni ambientali ideali per il loro sviluppo (quindi un clima di tipo tropicale, con temperature comprese tra 18 e 35 gradi, umidità tra 60% e 80%, 12 ore di luce al giorno). Dovranno però anche potersi nutrire, e lo faranno non pungendo degli animali prestati come cavie, bensì dei contenitori di sangue bovino rivestiti da una speciale membrana che imita la pelle.

Ma è davvero praticabile a livello ambientale lo sterminio delle zanzare? Non c’è il rischio di altre e altrettanto nocive reazioni a catena legate alla loro utilità? A questo proposito Crisanti spiega all’Ansa che “Nel frattempo stiamo già studiando il ruolo della zanzara nella catena alimentare dei Paesi africani in cui potrebbe essere liberata in futuro, per essere sicuri che non ci sia un predatore specifico che possa essere danneggiato dalla sua scomparsa. Comunque non ci sono particolari preoccupazioni: siamo convinti che questa tecnologia non causerà alcun disastro ecologico“.

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