Da decenni la malaria, malattia trasmessa dalle zanzare del genere anopheles, colpisce senza pietà l’Africa, soprattutto nelle aree sub-sahariane, e ancora oggi è responsabile di oltre 600 mila morti ogni anno, soprattutto tra i bambini, motivo per cui è senza dubbio tra le principali malattie a cui lavora la ricerca scientifica in tutto il mondo.
Oggi, una nuova strategia potrebbe cambiare le regole del gioco. E non prevede insetticidi, ma si basa sull’uso di un fungo trasmissibile durante l’accoppiamento.
La soluzione? Colpire le zanzare nel momento più critico: la riproduzione
Il team internazionale di ricercatori dell’Università del Maryland, insieme all’Institut de Recherche en Sciences de la Santé di Bobo-Dioulasso (Burkina Faso), ha sviluppato una versione geneticamente modificata del Metarhizium pingshaense, un fungo già noto per la sua azione letale sugli insetti. L’obiettivo è quello di sfruttare la riproduzione delle zanzare come veicolo per diffondere il fungo tra le femmine, responsabili delle punture e quindi della trasmissione della malaria agli esseri umani.
Come funziona il fungo “anti-malaria”
I maschi di zanzara vengono ricoperti con spore del fungo modificato e liberati in ambienti controllati, che simulano la natura. Una volta liberi, si accoppiano normalmente, trasmettendo il fungo alle femmine durante il rapporto sessuale. Il risultato? L’87% delle femmine infette muore entro due settimane, a fronte di un tasso di mortalità del solo 4% nel gruppo di controllo.
Un aspetto decisivo è che il fungo non modifica il comportamento sessuale delle zanzare: le femmine continuano ad accoppiarsi con i maschi infetti senza alcuna diffidenza. Inoltre, i maschi rimangono contagiosi per almeno 24 ore, riuscendo così a infettare più partner in poco tempo.
Più efficace degli insetticidi tradizionali?
Secondo Raymond St. Leger, entomologo e co-autore dello studio, questo approccio potrebbe superare i limiti degli insetticidi tradizionali, sempre più inefficaci per via della resistenza sviluppata dalle zanzare: “Colpiamo le zanzare dove fa più male: nella riproduzione”, spiega.
Non solo: il fungo sembra anche in grado di potenziare gli effetti degli insetticidi, perché la neurotossina prodotta dal fungo, innocua per l’uomo e per gli animali, interferisce invece con la capacità delle zanzare di percepire le sostanze chimiche, rendendole più vulnerabili ai trattamenti ambientali.
Dalla teoria al campo: i prossimi passi
Lo studio, pubblicato nella sezione Scientific Reports di Nature.com, ha dimostrato che solo la versione geneticamente modificata del fungo produce una mortalità significativa tra le zanzare femmine. E, elemento chiave, la trasmissione del fungo avviene solo tramite accoppiamento: condividere lo stesso spazio non basta. Una caratteristica che rende questa tecnica mirata e selettiva.
Ovviamente, prima di pensare a un’applicazione su larga scala, sono necessari ulteriori test sul campo e una valutazione approfondita dell’impatto ecologico, anche considerando dettagli come orari e modalità di rilascio dei maschi infetti.
Una corsa contro il tempo (e contro l’adattabilità delle zanzare)
Con parassiti sempre più resistenti ai farmaci e zanzare che cambiano abitudini per sfuggire alle barriere convenzionali, servono soluzioni nuove e integrabili. Il fungo trasmissibile sessualmente si affianca ad tecniche di lotta biologica contro le zanzare, come ad esempio la Sterile Insect Technique o l’impiego dei batteri Wolbachia. Tutte strategie che puntano allo stesso obiettivo: ridurre, fino a eliminare, la trasmissione della malaria.
Nel cuore dell’Africa, potrebbe essere proprio questo fungo — minuscolo ma letale per le zanzare — a scrivere un nuovo capitolo nella lotta contro una delle malattie più antiche del mondo.



